Il diritto d'autore richiede un mercato equo

In occasione della Giornata internazionale della proprietà intellettuale

 

Milano, 25 Aprile 2019 – Martedì 26 Marzo, il Parlamento europeo ha adottato la direttiva europea sul diritto d’autore, dopo due anni e mezzo di intense negoziazioni tra le istituzioni europee e i diversi protagonisti del mercato digitale. È opportuno ricordare che l’ultima direttiva risale al 2001, un anno preistorico per il mondo digitale. Nel 2001, Facebook non esisteva ancora, e lo stesso vale per Twitter o Instagram… Solamente Google poteva vantare tre anni della sua presenza nel mercato del web, mentre il “Web 2.0” era ancora agli albori.

Tuttavia, in risposta allo sfruttamento dei contenuti da parte dei giganti di Internet e dei social network, è stata approvata la direttiva. Il suo scopo è duplice: assicurarsi che i creatori, produttori ed editori percepiscano un guadagno ogni qualvolta le loro opere vengono rese disponibili sul web senza la loro autorizzazione (articolo 15); responsabilizzare le piattaforme web – che si nascondono dietro allo statuto di hosting – dell’utilizzo dei contenuti protetti pubblicati dai loro utenti (articolo 17). La posta in gioco è quindi sia finanziaria che giuridica. Finanziaria, perché i giganti del web traggono quasi esclusivamente profitto dalla pubblicità online e creatori, editori e produttori vorrebbero ricevere la loro parte. Giuridica, nella misura in cui la maggioranza dei contenuti pubblicati sul web vengono diffusi senza l’accordo degli aventi diritto, nell’ambito di un regime di quasi-irresponsabilità delle piattaforme che permettono questa condivisione di contenuti protetti on line.

A differenza dei giganti del web, una grande maggioranza delle società di monitoraggio dei media come Kantar, hanno firmato degli accordi con i titolari dei diritti o con i loro rappresentanti. In Francia, il settore è stato convocato all’inizio degli anni 2000. L’Inghilterra, la Germania o l’Irlanda sono impegnate sulla stessa linea da più di un decennio. Altri mercati come la Spagna, l’Italia o anche la Grecia hanno reagito più tardivamente, ma offrono oggi un quadro e una sicurezza giuridica sia per le società di monitoraggio dei media che per i clienti. È per questa ragione che l’AMEC e la FIBEP, le due grandi federazioni internazionali che lavorano per la difesa degli interessi delle società di monitoraggio, hanno accolto positivamente la valutazione d’impatto della proposta di direttiva della Commissione europea del settembre 2016.

Come mercato di nicchia che si evolve nel BtoB, ben lontano dalla realtà finanziaria dei giganti del web, il monitoraggio dei media non ha mai costituito una minaccia per i titolari dei diritti di proprietà intellettuale: la sua crescita è in buona armonia con gli aventi diritto. Per questa ragione, come ha scritto Angela Mills Wade dello European Press Council, la nuova direttiva «non deve portare gli editori o gli organismi di gestione a richiedere due licenze per lo stesso diritto sul medesimo contenuto». La direttiva europea non potrà quindi riguardare le società di monitoraggio dei media che già pagano le tasse sul copyright. Al contrario, nei mercati in cui non esiste alcun ambito giuridico per il monitoraggio dei media, la direttiva dovrà fornire sicurezza giuridica e promuovere un mercato equo.

Tuttavia, sarà interessante vedere come, in base alla direttiva, ogni paese europeo definirà e applicherà il principio della remunerazione adeguata e proporzionata. Infatti, esistono reali distorsioni nel costo dei diritti tra i diversi mercati nazionali di monitoraggio dei media. Alcuni paesi non offrono alle società di monitoraggio alcun margine di manovra e impongono prezzi proibitivi, al punto da mettere in pericolo le attività di monitoraggio. A volte gli editori aumentano i costi in un contesto commerciale, sebbene siano strettamente regolamentati in altri settori. Tuttavia altri paesi offrono modelli di remunerazione equi e sostenibili.

In un mondo di sovraccarico dell’informazione, le attività di monitoraggio sono più che mai necessarie alle istituzioni e alle imprese. Aiutano a promuovere, comprendere e analizzare queste informazioni. Meglio, le società di monitoraggio compiono un vero lavoro di vigilanza per i propri clienti contro le fake news. Infatti, nel mondo digitale, nessuna società o istituzione può accedere da sé a un’informazione globale. Solo le società di monitoraggio dei media, grazie a degli accordi con i titolari dei diritti, possono rispondere a questa esigenza. Tuttavia, esse desiderano farlo con il duplice imperativo di una giusta remunerazione e di un mercato equo.

 

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